La pensione di cittadinanza ha registrato, al 31 ottobre, 120.327 utenti beneficiari in tutta Italia.
Questo il numero delle domande accolte da Inps alla fine del mese scorso, un tasso leggermente più alto dei circa 118 mila annunciati il 22 ottobre.

Il reddito di cittadinanza ha visto, invece, 900.283 domande accolte.
In tutto, Inps ha dichiarato che sono 1.020.610 i nuclei familiari che avranno a disposizione il contributo economico.

Le domande presentate, in realtà, comprendendo sia reddito che pensione di cittadinanza, sono 1.555.588.
Ad oggi, una domanda su tre viene respinta o resta in attesa.

Alcuni giorni fa è emerso anche un altro dato: a circa una famiglia su dieci il beneficio economico viene sospeso, per via della mancata integrazione della domanda.
Il caso riguarda i beneficiari di Rdc o Pdc che avevano fatto domanda a marzo dell'anno scorso: chi non si è messo a posto con i documenti, completando la pratica, come richiesto da Inps ai primi di ottobre, rischia di vedersi negato il contributo.

In Lombardia, le domande accolte di pensione di cittadinanza sono 13.211.
Il numero più alto di richieste va alla Campania, con 17.731 Pdc.
Dopo la Lombardia, vengono le 12.195 Pdc del Lazio, le 9.474 della Puglia e le 7.826 del Piemonte.

Inps ha annunciato pochi giorni fa anche il Bilancio sociale.
Risultano, tra l'altro, 3.141.082 prestazioni erogate agli invalidi civili nel 2018: 979.824 pensioni di invalidità e 2.161.258 indennità di accompagnamento.

 

Come sappiamo l’ISEE è lo strumento principale per accedere alle prestazioni dei servizi sociali, assistenziali, o per usufruire di tariffe agevolate nei servizi di pubblica utilità regolamentato dal D.P.C.M. n. 159/2013.

Con il Decreto interministeriale n. 347 del 4 ottobre 2019 sono stati approvati i nuovi modelli della Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), nonché le relative istruzioni per la compilazione.
L’INPS, con il messaggio numero 3835 del 23 ottobre 2019, ha fornito le spiegazioni per la compilazione della nuova DSU (dichiarazione sostitutiva unica) per presentare l’ISEE Corrente, secondo quanto previsto dall’articolo 28-bis del Decreto Crescita, che in particolare estende il periodo di validità dell’ISEE corrente e allarga il perimetro delle occasioni in cui può essere richiesto.

L’ISEE corrente è una dichiarazione aggiuntiva a quella ordinaria con la quale il contribuente può far richiesta di modificare la propria DSU dichiarata in precedenza per il calcolo dell’ISEE se nel corso dell’anno si è verificato un peggioramento della propria situazione reddituale.

Le nuove regole introdotte dal Decreto Crescita intervengono facilitando il rilascio dell’Isee corrente 2019.

In passato il modello si poteva presentare solo in presenza di una variazione della situazione reddituale superiore del 25% rispetto a quella indicata nell’Isee ordinario e, in aggiunta, il verificarsi di almeno uno di questi eventi:

  • Sospensione o riduzione del lavoro ovvero risoluzione del rapporto in caso di contratto a tempo indeterminato;
  • Cessazione di un’attività di lavoro autonomo svolta per almeno un anno;
  • Conclusione di un contratto a termine di durata pari ad almeno 120 giorni.

Con le modifiche apportate alla DSU, per l’Isee corrente sarà sufficiente ritrovarsi in una delle seguenti situazioni:

  • Variazione della situazione lavorativa;
  • Interruzione dei trattamenti previdenziali, assistenziali e indennitari per uno o più componenti il nucleo familiare;
  • Variazione della situazione reddituale complessiva del nucleo familiare superiore del 25% rispetto a quanto dichiarato in precedenza.

Infine, cambiano anche i termini di validità dell’Isee corrente.
Passano infatti da due a sei mesi (decorrenti dal momento della presentazione del modello).

Nel caso in cui, in presenza di ISEE corrente valido, un componente del nucleo famigliare trovi nuova occupazione e/o fruisca di nuovi trattamenti previdenziali, assistenziali e indennitari non rientranti nel reddito complessivo ai fine IRPEF è necessario presentare nuovo ISEE corrente entro i due mesi dall’inizio della variazione.

 

Una FNP Cisl dei Laghi sempre molto attenta allo stato di salute del comparto medico e delle Residenze Sanitarie Assistenziali ha organizzato un seminario per fare il punto della situazione rispetto alle RSA del territorio dell'Insubria. Tre i relatori d'eccezione per un appuntamento di alto livello, che ha permesso di fare uno screening approfondito rispetto alle condizioni che un comparto così importante per la Terza Età riveste nella società di oggi.

Cosa è emerso dal seminario della Federazione Nazionale Pensionati dei Laghi?

I costi giornalieri per l'assistenza di un anziano sono oggi di poco superiore ai 100€ al giorno”, ha spiegato Marco Noli, consulente per quanto riguarda i servizi alla persona della stessa FNP. A fargli eco Giuseppe Redaelli, del Dipartimento Welfare di FNP Lombardia: “la retta media minima che una famiglia deve sostenere nell'ambito dell'ATS Insubria è di 66,89€, la massima di 76,38€. Oltre al costo ingente che viene sostenuto dalle famiglie vi è quindi un costo, sostenuto per ogni letto contrattualizzato, di cui si fa carico la Regione: questo va da un minimo di 29€ al giorno per le Classi Sosia (sistema di classificazione regionale che prende in considerazione mobilità, cognitività e comobilità dell'anziano, ndr) 7 ed 8 ad un massimo di 52€ per i malati di alzheimer”.

Le famiglie che necessitano di appoggiarsi ad una RSA si trovano sovente di fronte a differenze di prezzo anche abbastanza marcate: “il mercato c'insegna che a costi rilevantemente diversi – esplica Noli – si accompagnano ingenti differenze sul piano della qualità offerta dal servizio; è del resto noto che circa il 75% dei costi che vengono sostenuti da una Residenza Sanitaria Assistenziale siano legati al personale impiegato. Una gestione oculata dei costi fissi può generalmente produrre un risparmio che si aggira attorno al 7/8% del totale”.

Ovvio, quindi, che di fronte a rette troppo basse la domanda che sorge spontanea sia: quale qualità di assistenza viene offerta dalla struttura? Una riflessione che investe anche il sindacato stesso, in particolar modo la Federazione dei Pensionati, sempre attenta alla qualità della vita dei propri associati e non solo. “Oggi – dice Giovanni Pedrinelli, Segretario Generale della FNP dei Laghi – noi sindacalisti non possiamo più limitarci ad una analisi dei costi da sostenere per poter trovare ricovero in una RSA. Indispensabile diventa anche, forse soprattutto, ragionare riguardo ai servizi che in queste strutture vengono offerti. Una RSA che non voglia lucrare sulla pelle delle persone non può infatti pensare di applicare prezzi estremamente bassi; ma nel contempo ad una tariffa elevata devono corrispondere servizi assistenziali di qualità!”

Cosa si deve quindi guardare per capire la qualità dell'assistenza che le varie strutture sono in grado di fornire? A rispondere al quesito, nel corso del proprio intervento, è ancora una volta Marco Noli: “innanzitutto il programma annuale, che contiene il monitoraggio e la valutazione degli obiettivi definiti, oltre alla relazione conclusiva in cui si traccia il bilancio dei risultati ottenuti. Poi il documento organizzativo, che definisce mission, obiettivi, organigramma e piano di lavoro annuale della struttura. Importante anche verificare i minuti di assistenza su base settimanale che vengono garantiti ad ogni ospite: oggi mediamente si aggirano sui 1.000, a fronte di una normativa che prevede un minimo di 901. Centrale anche capire il rapporto garantito nel corso della notte tra operatori ed ospiti, oltre alla presenza medica attiva e di reperibilità garantita. Infine – la chiosa di Noli – importante risulta essere la condivisione del Piano di Assistenza Individualizzato con i parenti: si tratta di per sé di un obbligo di legge, ma il modo in cui viene predisposto ci dice molto del “caring”, ovvero sia della capacità di prendersi cura dell'ospite di cui è capace la struttura”.

Compito del seminario “Le nostre RSA” non era solo quello di fotografare lo stato dell'arte, ma anche di avanzare considerazioni e proposte. A pensarci è stato Giuseppe Redaelli, che ha così illustrato la posizione di FNP Lombardia: “è innanzitutto necessaria una legge nazionale che porti alla razionalizzazione dell'offerta; questo passo aprirebbe la strada alla realizzazione di uno strumento di raccolta degli interventi di cui beneficia un singolo utente, misura sino ad oggi annunciata più volte ma ancora mai realizzata nel merito. Inoltre risulta ormai evidente come gli aspetti organizzativi e finanziari di una RSA siano elementi imprescindibili per determinare la qualità del servizio proposto e vanno quindi curati e salvaguardati. Fondamentale nell'opera del sindacato – prosegue il componente del Dipartimento Welfare di FNP Lombardia – resta quindi il tema della compartecipazione alle rette, da tempo centrale nell'azione negoziale delle federazioni dei pensionati; a questo proposito va detto che la quota sanitaria che la Regione paga per i posti letto a contratto delle RSA è inferiore a quanto previsto dalla legislazione vigente ed inadeguata al livello di assistenza sanitaria che viene fornito nelle strutture, andrebbe quindi incrementata la quota coperta dal Fondo Sanitario Regionale. Infine il sistema di classificazione degli utenti nelle RSA andrebbe rivisto sia a livello sistemico (le 8 classi Sosia risultano infatti anacronistiche e superate) che di analisi della “situazione sanitaria” della persona, indagando se il bisogno dell’utente è legato alla deambulazione, all’aspetto psico-cognitivo, o ad entrambi. In questo modo si avrebbe una maggior appropriatezza delle cure che, unita ad una rivisitazione del sistema dei trattamenti per le degenze di transizione e della continuità assistenziale, renderebbe l’assistenza più vicina ai reali bisogni dell’anziano non autosufficiente”.

Al seminario, molto apprezzato dai presenti, è intervenuto anche Antonio Sebastiano, direttore dell'Osservatorio RSA della LIUC di Castellanza, per illustrare i risultati degli studi e delle ricerche compiute dall'Osservatorio che dirige.


FNP Informa Speciale RSA

Presentazione Marco Noli

Presentazione Antonio Sebastiano

Presentazione Giuseppe Redaelli

RSA dell'Insubria

 

 

Nei giorni scorsi il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio ha convocato, per la prima volta in questa legislatura, il Tavolo per la Non autosufficienza che era stato avviato nell’ottobre 2015 ed istituito formalmente con D.M. nel maggio 2017.
Il Tavolo, cui partecipiamo come Confederazioni sindacali e Federazioni dei pensionati, insieme alle maggiori associazioni dei disabili, fino ad oggi ha permesso di ottenere:

  • risorse aggiuntive sul Fondo per le Non autosufficienze, giunto ad una dotazione di circa 570 milioni di euro per il 2019;
  • individuare criteri omogenei per definire la disabilità gravissima ed avviarne una puntuale rilevazione regionale, su cui in futuro basare la ripartizione delle risorse;
  • definire una commissione di studio che ha ultimato i suoi lavori in sede tecnica, per identificare criteri omogenei per la disabilità grave;
  • vincolare la ripartizione a programmi regionali che prevedono impegni precisi: punti unici di accesso socio sanitari, presa in carico e piani personalizzati integrati, unità di valutazioni multidimensionali, ambiti territoriali omogenei per la programmazione sociale e sanitaria, ecc.;
  • monitorare le politiche regionali legate all’utilizzo del Fondo nazionale.

L’obiettivo che era stato condiviso all’insediamento del Tavolo prevedeva la predisposizione del Piano nazionale per le Non autosufficienze (sancito poi dal Decreto Legislativo 147/2017) come strumento di programmazione del Fondo nazionale, che avrebbe condotto alla definizione di primi livelli essenziali delle prestazioni sociali.

Le difficoltà amministrative, la complessità dei rapporti interistituzionali, l’insufficienza ed incertezza del Fondo e l’alternarsi dei Governi hanno reso il percorso accidentato ritardando il completamento del programma iniziale, tanto che è ancora da varare il primo Piano nazionale.
E’ pertanto evidente che l’iniziativa in questione, pur importante, sconta la parzialità dell’oggetto (il Fondo nazionale vale poco meno del 2% del complesso della spesa ed i beneficiari, pur essendo quelli in condizioni di maggiore fragilità, ammontano a circa il 5% delle persone non autosufficienti) ed il limite di operare a legislazione vigente.

Per questo motivo unitariamente ed in collaborazione alla nostre Federazioni dei pensionati, pur riconoscendo che la riapertura del Tavolo rappresenta un primo passo positivo - i cui incontri vanno resi più frequenti ed il lavoro più intenso - abbiamo ribadito l’urgenza che il confronto non sia limitato al solo Fondo nazionale ed al Piano ad esso connesso, ma riguardi l’intera politica per la Non Autosufficienza.
Abbiamo ribadito inoltre che è necessario aprire una discussione di natura politica e non tecnica sulla Legge quadro nazionale di riforma complessiva della Long term care, garantendo con un adeguato finanziamento pubblico un sistema omogeneo e qualificato di interventi e servizi socio sanitari.

In assenza di risposte da parte dell’Esecutivo sarà programmata la mobilitazione a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare.

L’incontro si è concluso con l’impegno da parte del Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali On. Claudio Cominardi, intervenuto in sostituzione del Ministro, a proseguire i lavori del Tavolo su ripartizione del Fondo e definizione del Piano triennale, ma anche con una apertura da parte del Sottosegretario per la famiglia e le disabilità Vincenzo Zoccano ad affrontare l’insieme della politica per la Non autosufficienza, ragionando anche sulla definizione di una legge quadro nazionale.