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Una sanità sempre meno universale
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Il rapporto Sanità del C.R.E.A dipinge un quadro allarmante sullo stato del Servizio Sanitario Nazionale. La salute non è un costo, è la vita delle persone: un appello per una sanità che non lasci indietro nessuno.
Entrare in un ospedale, prenotare una visita per un se stessi o per una persona cara o dover scegliere tra le cure e la spesa quotidiana: sono momenti di profonda vulnerabilità che ogni famiglia italiana conosce bene.
Il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è nato con una promessa bellissima e ambiziosa: proteggere chiunque, ovunque, senza distinzioni.
Eppure, oggi, quella promessa sembra svanire nel silenzio di una "insostenibile staticità".
I numeri di CREA ci consegnano una realtà che il Rapporto definisce "allarmante": non sono solo statistiche, ma ferite aperte nel tessuto sociale del Paese.
Dietro quel dato di 2,3 milioni di persone che rinunciano alle cure ci sono madri, padri e nonni che hanno smesso di lottare per la propria salute perché il portafoglio non glielo permetteva più.
Quando il 70% delle famiglie è costretto a pagare di tasca propria per curarsi, l'universalismo diventa un ricordo e il diritto costituzionale alla salute un privilegio per pochi.
Soprattutto per i nostri anziani e per le fasce più fragili, la sanità è diventata un labirinto di liste d'attesa e costi insostenibili.
Come sindacato, sentiamo il dovere di denunciare questa deriva: non possiamo accettare che la cura dipenda dal codice postale o dal conto in banca.
È tempo di tornare a parlare di "umanizzazione" dei servizi, di una presa in carico che veda la persona oltre il paziente e che trasformi il semplice "servizio" in un vero "Sistema Salute".
Vogliamo una sanità che torni ad essere un abbraccio solidale per chi soffre, perché curarsi non deve essere un atto di coraggio economico, ma un diritto garantito a ogni cittadino.
Il Sistema Sanitario Nazionale italiano si trova oggi a un bivio cruciale, stretto tra l'eccellenza delle sue prestazioni e una fragilità strutturale sempre più evidente.
A scattare un'istantanea precisa di questa realtà è il 21° Rapporto Sanità di C.R.E.A. Sanità, presentato a fine 2025, che analizza lo stato della nostra salute pubblica evidenziando una preoccupante "staticità istituzionale".
Mentre la demografia corre, con un invecchiamento della popolazione senza precedenti e un aumento delle malattie croniche, la risposta pubblica fatica ad adeguarsi, lasciando spesso le famiglie in balia di un gravoso "fai da te" assistenziale.
Il documento mette a nudo le profonde disparità regionali, l'emergenza legata alla carenza di personale e l'assoluta urgenza di una reale integrazione tra servizi sanitari e sociali.
Secondo gli esperti di C.R.E.A. Sanità, solo una trasformazione basata su innovazione tecnologica ed equità di accesso potrà garantire la tenuta del sistema nel lungo periodo.
L’insostenibile staticità dell’intervento pubblico Il 21° Rapporto Sanità, intitolato "L’insostenibile staticità dell’intervento pubblico", evidenzia la necessità di un cambio radicale di paradigma per il Sistema Sanitario Nazionale (SSN).
La FNP CISL, commentando i risultati del Rapporto, conferma le criticità che denuncia da anni: crescenti disuguaglianze di accesso alle cure, aumento della spesa sanitaria privata, razionamento implicito delle prestazioni pubbliche, con un impatto particolarmente grave sulle persone anziane, fragili, meno abbienti e meno istruite.
Ecco la sintesi del rapporto:
- Equità e Accesso alle Cure
- Il trend "distopico": oltre il 70% delle famiglie sostiene spese sanitarie di tasca propria (Out of Pocket), contro il 50,8% degli anni '80. Questo dato segna il fallimento del principio di universalità.
- Impoverimento e rinuncia: Attualmente, oltre 367.000 nuclei familiari si impoveriscono per curarsi. Il rapporte pone l'accento sui 2,3 milioni di persone che rinunciano o rinviano le cure per motivi economici e sulle 4 milioni di famiglie colpite da spese "catastrofiche", specialmente per cure odontoiatriche e non autosufficienza.
- Disuguaglianze sociali: Il peso della sanità grava maggiormente sui meno abbienti: il 60% delle famiglie più povere sostiene oggi il 38% della spesa privata complessiva. Secondo il sindacato, questo sposta progressivamente l'onere dallo Stato alle famiglie, minando il diritto costituzionale alla salute.
- Razionalizzazione o razionamento?
- Il "razionamento implicito": Il rapporto evidenzia che il contenimento della spesa pubblica non è avvenuto tramite una reale razionalizzazione, ma attraverso tagli e un razionamento invisibile delle prestazioni.
- Crescita economica: Il vero driver del cambiamento non è una privatizzazione programmata, ma il ristagno della crescita italiana, che limita le risorse disponibili sia pubbliche che private.
- Sud e fragilità sociali: il prezzo più alto
Il Rapporto CREA evidenzia inoltre che la crescita della spesa privata è oggi più marcata nel Centro e nel Mezzogiorno, dove non è correlata a maggiori redditi, ma alle carenze del servizio pubblico. Molte famiglie sono costrette a ricorrere al privato per poter accedere in tempi congrui ai percorsi di cura del SSN, soprattutto per visite specialistiche, diagnostica, odontoiatria e assistenza di lunga durata. - Risposta ai Bisogni e Cronicità
- Invecchiamento demografico: Gli over-75 sono passati dal 4,7% del 1982 al 12,6% attuale. Il sistema fatica a rispondere a bisogni "ibridi" (sanitari e sociali insieme).
- Insoddisfazione: Sebbene i cittadini promuovano i medici di famiglia e l'accesso ai farmaci, bocciano l'assistenza domiciliare e il supporto alla non autosufficienza.
- Personale: In regioni come il Veneto, si stima un deficit di 3.000 infermieri l'anno dal 2029.
- Cambiare paradigma: dal “Servizio Sanitario” al “Sistema Salute”
Il rapporto segnala la necessità di superare la semplice "manutenzione" della situazione attuale:
- Integrazione Socio-Sanitaria: fondamentale il passaggio da un "Servizio Sanitario" a un "Sistema Salute" che integri strutturalmente sanità e sociale.
- Priorità alla Fragilità: investimenti strutturali nella sanità territoriale, nella domiciliarità e nella Long Term Care, mettendo al centro anziani e non autosufficienti.
- Umanizzazione: necessario riconoscere il diritto a servizi non solo efficaci clinicamente, ma anche umanizzati, per ridurre l'impatto della malattia sulla vita quotidiana delle famiglie.
Per la FNP CISL questo Rapporto rappresenta un’ulteriore conferma della necessità di:
- difendere e rilanciare il SSN pubblico, universale e solidale;
- dare priorità alle persone anziane, non autosufficienti e fragili;
- rivendicare investimenti strutturali nella sanità territoriale, nella domiciliarità e nella long term care;
- contrastare ogni forma di disuguaglianza sociale e territoriale nell’accesso alle cure.
È su questi temi che la FNP CISL continuerà la propria azione sindacale e di rappresentanza, sollecitando Governo, Regioni ed Enti locali ad aprire una nuova fase costituente per la sanità pubblica, ispirata ai valori fondativi del Servizio Sanitario Nazionale.
Novità IRPEF 2026: aliquote, scaglioni e detrazioni
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Attivazione sportelli dedicati all’esenzione dei ticket sanitari
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Oltre la mimosa: il lungo viaggio dell'8 marzo tra memoria e verità
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Spesso, l'8 marzo rischia di scivolare in una superficiale celebrazione fatta di fiori e auguri di circostanza. Eppure, dietro il giallo della mimosa, batte il cuore di una storia molto più complessa, fatta di sacrificio, resistenza e una ricerca instancabile di giustizia che ha attraversato confini e decenni.
Celebrare la Giornata Internazionale della Donna oggi significa, prima di tutto, fare un atto di onestà verso il passato. Significa distinguere tra le "tradizioni inventate" e la realtà cruda delle lotte sindacali del primo Novecento; significa onorare le 146 vittime della Triangle Shirtwaist Company e, al contempo, riconoscere il coraggio politico delle pioniere che a Chicago e Copenaghen chiesero per prime il diritto al voto.
Dalle operaie di Pietrogrado che accesero la scintilla della rivoluzione, fino alla straordinaria testimonianza di Teresa Noce, capace di celebrare l'essenza della sorellanza persino tra le baracche di un campo di concentramento, l'8 marzo è il diario di un cammino collettivo.
È una storia che parla di diritti conquistati — dal suffragio alla parità salariale — ma anche di una memoria che il fascismo tentò invano di cancellare.
Abbiamo cercato di ripercorreremo le tappe di questo secolo di battaglie: un viaggio che ci aiuta a comprendere come questa data non sia solo un anniversario, ma un simbolo vivo di progresso e una bussola per le sfide che ancora attendono l'uguaglianza sociale.
La storia dalle origini ad oggi
Per comprendere appieno l’importanza di questa data, bisogna guardare agli eventi chiave che l’hanno segnata nel corso dei decenni tra lotte sindacali, lavorative e rivendicazioni sociali della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, oltre un secolo di lotte per la parità di genere e i diritti delle donne. Da origini sindacali e storiche a un movimento globale, questa giornata è diventata simbolo di progresso, ma anche di una continua attenzione e battaglia per l’uguaglianza e la giustizia sociale, per quasi 80 anni è prevalsa una narrazione dell'origine dell'8 marzo secondo cui la data sarebbe stata scelta a ricordo della morte di 129 operaie rinchiuse in una fabbrica di New York e perite nell'incendio dell'opificio l'8 marzo del 1908.
Si tramandavano varie versioni dell'evento: a volte si parlava di New York, a volte di Chicago, a volte di Boston; a volte di 129 operaie perite nella sciagura, a volte di 146. Ma simili differenze si sarebbero potute far risalire alle inevitabili distorsioni di una tradizione orale. Dubbi sulla attendibilità dell'origine della giornata hanno cominciato a diffondersi negli anni Ottanta.
In effetti ci fu un incendio in una fabbrica di abbigliamento femminile, la Triangle Shirtwaist Company, a New York in cui morirono 146 donne, peraltro in gran parte di origine italiana, ma era avvenuto nel marzo 1911. Già prima, nel 1857 a New York sembra che una manifestazione di lavoratrici sarebbe stata brutalmente repressa. È possibile che il riferimento alla morte delle operaie a New York, abbia avuto origine da una commistione tra qualche lotta sindacale e un incendio realmente avvenuto nella città statunitense.
In realtà la giornata della donna è nata negli Stati Uniti, a Chicago, il 3 maggio 1908 ad iniziativa delle donne socialiste americane. A partire dal 1909, il "Woman's day", fissato per l'ultima domenica di febbraio, come manifestazione per il diritto delle donne al voto, si era celebrato in varie parti degli Stati Uniti e nel 1910, a pratica consolidata, le socialiste americane si erano recate a Copenaghen alla Conferenza internazionale delle donne socialiste col mandato di proporre l'istituzione di una giornata internazionale delle donne per il diritto al voto. La proposta fu ripresa e rilanciata dalla femminista e dirigente del partito socialdemocratico tedesco, Clara Zetkin, la quale propose che le donne socialiste di tutti i paesi organizzassero la celebrazione, in collaborazione con le organizzazioni politiche e sindacali, l’idea era quella di creare un giorno in cui le donne di tutto il mondo potessero manifestare le loro richieste di pari diritti, uguaglianza e giustizia sociale.
La Conferenza approvò la proposta e malgrado fosse scarso l'entusiasmo dei partiti socialisti per il suffragio femminile, la celebrazione si venne estendendo in molti paesi in date varie, tutte collocate all'inizio della primavera, tra febbraio e marzo. La giornata venne celebrata a Parigi, a Berlino, a Vienna, a Dusseldorf, in numerose città dell'Olanda e della Svizzera tra il 1911 e il 1914; di particolare rilievo la celebrazione a Berlino del 1914, perché alla vigilia della "settimana rossa" e, tre anni più tardi, la famosa manifestazione delle operaie di Pietrogrado, l'8 marzo del 1917, (23 febbraio secondo il calendario gregoriano) che darà il via alla rivoluzione di febbraio.
Non si ha notizia di celebrazioni dell'8 marzo nel primo decennio del Novecento forse anche per le aspre polemiche interne al PSI sul suffragio femminile tra Turati e Anna Kuliscioff. Nel marzo del 1921, all'indomani della scissione di Livorno, il Comitato delle donne comuniste (Rita Montagnana, Camilla Ravera, Felicita Ferrero e Elvira Zocca) accusa il partito socialista di aver sabotato la celebrazione della giornata; nel 1922 risultano celebrazioni in alcuni comuni del Piemonte. Ovviamente con l'avvento del fascismo, la giornata, considerata manifestazione eversiva, non venne più celebrata.
Un'altra dirigente delle donne comuniste, Teresa Noce, forse più nota col nome di battaglia di Estella, racconta nella sua autobiografia ("Rivoluzionaria professionale" 1974) che vi furono tentativi nel 1931 di diffusione nelle fabbriche tessili del biellese di volantini clandestini sulla giornata. Ma è soprattutto significativo l'episodio, rimasto poco noto, dell'8 marzo nel campo di lavoro forzato in una fabbrica di munizioni a Hollenshein nella Cecoslovacchia occupata dalla Germania, dove Estella era stata trasferita dai nazisti dopo il suo arresto. nel 1943, nella Francia occupata e la deportazione nel campo di concentramento di Ravensbruck.
Teresa Noce racconta: "Per l'8 marzo non potevamo organizzare una festa, perché eravamo ormai troppo deboli e affamate, quindi decidemmo di tenere una conferenza ... L'incarico fu dato a me." Estella poi ricorda che alcune avrebbero voluto riservarla alle comuniste, o quanto meno, alle deportate politiche e che Lei si era opposta risolutamente, perché tra le deportate oltre alle comuniste e alle socialiste c'erano cattoliche ed ebree, operaie che conoscevano la lotta di classe, ma anche contadine, proprietarie di terre, impiegate e funzionarie pubbliche. Si può dire che sia la prima volta che la celebrazione dell'8 marzo si stacca dalla sua origine classista e tende a rivolgersi alle donne in generale.
Va ricordata, del periodo bellico, soprattutto la manifestazione delle donne torinesi contro la fame e la guerra a piazza Castello l'8 marzo del 1943, da cui hanno preso avvio nei giorni seguenti, in Piemonte e a Milano, quegli scioperi che hanno suonato la campana a morto per il regime di Mussolini. Iniziative di lotta nella giornata dell'8 marzo si svolgono, durante la Resistenza e la guerra di liberazione nazionale, ad opera dei Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà (GDD, l'organizzazione clandestina delle donne riconosciuta dal Comitato di Liberazione Nazionale).
All'indomani della liberazione su iniziativa dell'Unione Donne Italiane, la giornata viene rilanciata. La prima celebrazione a Roma ebbe luogo nell'aula magna del Liceo Visconti l'8 marzo del 1945, prima della fine della guerra nel nord Italia, avvenuta il 25 aprile.
Per chi era uscita dalla Resistenza, l'8 marzo era una assoluta novità. Del movimento femminile e femminista italiano e internazionale di prima del fascismo non si sapeva nulla: il regime fascista aveva operato una totale cancellazione.
L'UDI voleva che le donne potessero considerare l'8 marzo la loro festa, come lo era il Primo maggio per i lavoratori: di conseguenza iniziò a rivendicare mezza giornata libera per le lavoratrici, suggerì agli uomini di fare regali alle mogli, alle figlie, alle fidanzate, ai bambini di portare fiori alla propria insegnante, ai sindaci di rivolgere un augurio e un ringraziamento alle proprie dipendenti, alle socie dell'UDI di organizzare rinfreschi nei circoli o di andar fuori a cena, senza gli uomini, con le amiche; chiese ai negozi di esporre nelle vetrine locandine che invitavano ad acquistare regali per le donne, alle elette di ricordare la giornata nelle assemblee elettive.
Ma l'8 marzo fu anche occasione di cortei, sit-in, comizi, giornata di manifestazione e di lotta, non più per il diritto di voto, conquistato dalle donne italiane nel gennaio 1945, ma per il diritto al lavoro, la parità di retribuzione, la tutela delle lavoratrici madri, l'accesso alle carriere, compresa la magistratura, la polizia, l'esercito, il divieto di licenziamento per matrimonio, la legge di tutela del lavoro a domicilio e via via per i servizi sociali, l'obbligo scolastico fino a 15 anni, il piano nazionale degli asili nido, i consultori, la scuola materna pubblica, la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la depenalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza, le leggi contro la violenza sessuale e la violenza in famiglia, i congedi parentali.
Nel periodo tra le due guerre mondiali, l’8 marzo divenne un simbolo di resistenza contro i regimi autoritari e fascisti, soprattutto in Europa. Le donne, infatti, furono protagoniste nelle lotte contro le discriminazioni razziali, nei movimenti di resistenza contro le dittature e nella difesa della pace. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’8 marzo assunse una rilevanza crescente, non solo come data di lotta, ma anche come giorno di celebrazione dei progressi compiuti dalle donne nella società.
Nel corso degli anni ’60 e ’70, la Giornata Internazionale della Donna acquisì ulteriore importanza grazie al movimento femminista globale che cominciò a farsi sentire in maniera sempre più forte. Negli Stati Uniti, il movimento di liberazione femminile, che chiedeva l’accesso all’istruzione, il diritto di lavorare e di avere il controllo sul proprio corpo, si fece sentire con forza. Le manifestazioni del 8 marzo in molte città del mondo, come New York, Roma e Parigi, divennero simboli di una battaglia universale per la parità di genere e per il riconoscimento del valore delle donne nella società.
La celebrazione dell'8 marzo rimase, infatti, per molti anni, quelli della "guerra fredda, della contrapposizione tra mondo occidentale e la cosiddetta area socialista, oggetto di polemica e di contrasto: considerata dai governi a direzione DC una iniziativa delle sinistre, dell'opposizione, ostacolata in tutti i modi anche facendo intervenire le forze dell'ordine. All'epoca, la mimosa veniva considerata poco meno che un simbolo sovversivo. Se ne vietava la diffusione nelle strade, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Spesso le donne dell'UDI che offrivano quel fiore giallo e profumato venivano fermate e denunciate dalla polizia e i pericolosi mazzetti venivano sequestrati.
Col mutare della situazione politica, la giornata dell'8 marzo venne dapprima tollerata e poi, giocoforza, ammessa, giacché, durante gli anni del centrosinistra c'era un partito di governo, il PSI, che, essendone stato l'inventore, la celebrava. Poco alla volta l'8 marzo, con connessa mimosa, è stato accettato da tutte le forze femminili organizzate, di ogni orientamento, anche dalle donne delle ACLI, della DC e dalle associazioni femminili cattoliche: un'anomalia italiana, che testimonia l'influenza esercitata dall'UDI. Infatti, ancora negli anni ‘80.
Negli anni ruggenti dopo il Settanta, l'8 marzo fu caratterizzato dai grandi cortei dei movimenti femministi e delle studentesse delle scuole. Nel «decennio di piombo» a riprova dell'universalità assunta dall'8 marzo sfilavano nei cortei ragazze con la mimosa in petto e le dita piegate nel segno della P38. In seguito, hanno celebrato la giornata, a modo loro, anche le donne di estrema destra, persino quelle del MSI.
Nel XXI secolo, l’8 marzo è diventato una giornata di riflessione, ma anche di attivismo globale. Da quando nel 1977 le Nazioni Unite ufficialmente riconobbero l’8 marzo come Giornata Internazionale della Donna, la data ha acquisito una valenza universale. La celebrazione ha preso piede in ogni parte del mondo, diventando una manifestazione di tutte le donne che si battono per la parità di diritti, ma anche un’occasione per denunciare le ingiustizie che ancora oggi affliggono milioni di donne: dalla violenza di genere alla disuguaglianza salariale, dalla discriminazione politica e sociale alle difficoltà di accesso all’istruzione e alla sanità.
Le manifestazioni, spesso accompagnate da scioperi, cortei e momenti di sensibilizzazione, sono state più che mai un’occasione per ribadire che la lotta per i diritti delle donne è tutt’altro che finita. Le donne di tutto il mondo, da Bangkok a Buenos Aires, da Nairobi a New York, si uniscono ogni anno per celebrare le conquiste, ma anche per rilanciare la battaglia per la parità di genere.
Negli ultimi decenni del Novecento la "spinta propulsiva" dell'8 marzo sembrava esaurita, da un lato perché il suo carattere politico, il suo contenuto di lotta vengono indeboliti dall’uso di rivolgersi alle donne dai più diversi pulpiti e spesso con opposti scopi.
Ma anche perché, purtroppo, la giornata piano piano diventa consumistica, una ricorrenza come S. Valentino o la Festa della Mamma: regalini confezionati con la mimosa, scatole di cioccolatini, ristoranti che propagandavano la "cena dell'8 marzo", extracomunitari che vendevano mazzetti di mimosa ai semafori, sconfinando talvolta nella volgarità: feste nelle balere, spogliarelli maschili.
Questa distorsione non è stata colpa dei movimenti delle donne; è il mercato che si appropria di tutto: si è appropriato del Natale, della Pasqua, del Primo Maggio, non poteva non appropriarsi anche dell'8 marzo.
Tuttavia, anche nei primi anni del nuovo millennio, non sono mancate manifestazioni e iniziative consone al suo carattere e alla sua tradizione, diverse celebrazioni, molti convegni e seminari dedicati a una riflessione della situazione in cui si trovano le donne, anche se ancora adesso, non mancano i tentativi di delegittimare la giornata. Ripercorrere la storia e i passi dell'8 marzo significa, in ultima analisi, riconoscere che nessun diritto è mai stato un regalo, ma il frutto di una semina coraggiosa fatta di impegno e speranza.
Guardando alle conquiste del passato — dal voto ai servizi sociali, dalla tutela della maternità alla lotta contro la violenza — ci rendiamo conto che il cammino è ancora in corso. La storia di questa giornata insegna che, finché ci sarà una disparità da colmare o un diritto da difendere, l'8 marzo continuerà a essere necessario.
Non solo per ricordare, ma per decidere, insieme, cosa vogliamo: una società dove l’uguaglianza non sia più un traguardo da raggiungere, ma la base su cui costruire ogni domani.
Fonte: Lectio magistralis - Professoressa Lisa Cinciari Rodano, Università di Cassino
8 marzo 2013
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