L'inclusione non è un espediente, è un diritto

Non basta parlare di inclusione, occorre costruirla ogni giorno.
Nella scuola, nei luoghi di lavoro, nei servizi, nei territori e nelle comunità.

E, soprattutto, occorre trasformare i diritti riconosciuti sulla carta in possibilità concretamente accessibili alle persone.

È questo il messaggio che ha attraversato “L’inclusione non è un espediente, è un diritto”, l’iniziativa promossa nella mattinata di venerdì 2 ottobre da FNP CISL dei Laghi e FIM CISL dei Laghi, che ha riunito sindacalisti, delegati, pensionati, volontari, operatori della formazione e studenti per affrontare il tema dell’inclusione da prospettive differenti, ma strettamente collegate tra loro.

Una giornata che ha voluto mettere insieme generazioni diverse e mondi che troppo spesso vengono considerati separatamente: il lavoro e la pensione, la scuola e l’impresa, la disabilità e l'assistenza, la contrattazione aziendale e quella sociale.

Significativa è stata, in questo senso, la presenza di alcune classi dell’Istituto Orsoline di San Carlo di Saronno, con studenti e studentesse delle classi quarte e quinte chiamati a condividere una riflessione che riguarda da vicino anche il loro futuro ingresso nella società e nel mondo del lavoro. Come ha sottolineato il segretario generale della FIM CISL dei Laghi Gennaro Aloisio aprendo i lavori, la loro presenza rappresenta «una notizia che ci dà speranza e ancor più energia per continuare a fare sindacato di prossimità».

Una giornata tra teatro, testimonianze e contrattazione

La prima parte della mattinata è stata affidata al linguaggio del teatro, con lo spettacolo “E li chiamano ragazzi speciali…”, di e con Giambattista Anastasio e Alessandro Smorlesi.

Un viaggio attraverso storie reali di persone con disabilità e delle loro famiglie, fatto per emozionare ma soprattutto per interrogare.
Perché l'obiettivo dichiarato dagli organizzatori era proprio evitare che quanto raccontato sul palco rimanesse confinato alla dimensione dell’emozione.

Da qui il passaggio alla tavola rotonda “Dalle storie reali alla contrattazione quotidiana”: trasformare ciò che accade nella vita delle persone in materia concreta per l'azione sindacale, la contrattazione aziendale, la negoziazione sociale e l'organizzazione dei servizi.

«Dobbiamo costruire dei veri e propri “paracaduti” e inserire azioni concrete», ha spiegato Aloisio, indicando nella contrattazione lo strumento attraverso il quale consentire a chi vive una disabilità o deve accudire una persona cara di condurre una vita dignitosa, senza essere costretto a scegliere tra lavoro e famiglia.

Aloisio: «L'esercizio di un diritto non deve farci sentire in colpa»

Nel suo intervento introduttivo, Aloisio ha posto al centro una delle contraddizioni che ancora attraversano molti luoghi di lavoro: la distanza tra i principi di inclusione dichiarati dalle imprese e ciò che concretamente vivono lavoratori e lavoratrici.

Il problema riguarda direttamente chi vive una disabilità, ma anche chi deve prendersi cura di un figlio, di un genitore anziano o di un familiare non autosufficiente.

Permessi e strumenti di tutela rischiano così di trasformarsi, nella percezione dell'ambiente lavorativo, da diritti in una sorta di colpa.
Chi deve assentarsi più volte per assistere un familiare può improvvisamente essere considerato meno disponibile, meno affidabile o meno aderente alle esigenze dell'azienda.

Aloisio ha rivendicato con forza un principio semplice: «I permessi sono personali e sono un nostro sacrosanto diritto», chiedendo perché l'esercizio di un diritto contrattuale debba portare una persona a sentirsi in difetto.

Da qui anche una critica alla distanza che talvolta separa i bilanci di sostenibilità e i codici etici delle aziende dalla quotidianità concreta dei lavoratori.
Non tutte le imprese, ha precisato Aloisio, si comportano allo stesso modo e anche sul territorio esistono realtà virtuose, ma sono ancora troppe quelle nelle quali l'attenzione alla persona rischia di rimanere una dichiarazione di principio.

Per questo il sindacato, secondo Aloisio, deve recuperare anche la propria funzione di “sindacato educatore” e “agitatore sociale”: un'organizzazione capace non soltanto di intervenire quando nasce un problema, ma di creare consapevolezza, cambiare la cultura dei luoghi di lavoro e costruire ambienti realmente sani, vivibili e inclusivi.

Gentile: «Dopo i 18 anni troppe persone spariscono dai radar»

Il tema dell'inclusione non riguarda però soltanto le aziende.

Albino Gentile, segretario UST CISL dei Laghi, è intervenuto sottolineando il valore del lavoro anche come strumento attraverso il quale una persona costruisce relazioni, autonomia e partecipazione alla vita sociale.

Proprio per questo appare ancora più grave la scelta di quelle aziende che preferiscono sostenere economicamente le conseguenze del mancato rispetto degli obblighi occupazionali anziché investire nell'inserimento delle persone con disabilità.

Gentile ha allargato lo sguardo anche alla scuola e al passaggio all'età adulta: fino ai 18 anni esiste infatti una rete di protezione che, pur con limiti e differenze territoriali, accompagna la persona con disabilità.
Dopo, troppo spesso, quella rete si indebolisce drasticamente e il peso dell'assistenza finisce per ricadere quasi esclusivamente sulla famiglia.

Anche nella scuola, ha evidenziato, le risorse sono insufficienti e distribuite in maniera non omogenea, con differenze significative nel rapporto tra docenti di sostegno e studenti con disabilità.

Una criticità che impone di interrogarsi sulla reale capacità del sistema di rendere concreto un principio che, altrimenti, rischia di rimanere soltanto dichiarato.

Il volontariato come argine concreto all'esclusione

A raccontare un altro volto dell'inclusione è stato Bruno Carioni, presidente di Anteas Varese, partendo dall'esperienza quotidiana del volontariato.

Anteas si occupa, tra le altre attività, del trasporto di persone fragili, comprese quelle che devono raggiungere strutture sanitarie per sottoporsi a terapie.

Il Servizio sanitario garantisce le cure, ha ricordato Carioni, ma non sempre esiste una risposta adeguata al problema apparentemente più semplice: come arrivare nel luogo nel quale quelle cure vengono effettuate?

È in questo spazio che interviene il volontariato: senza un servizio di trasporto, alcune persone rischierebbero concretamente di non poter accedere alle terapie.

Lo stesso vale per i pacchi solidali destinati alle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese o per il sostegno ai genitori che devono conciliare il lavoro con la necessità di accompagnare un figlio nei centri specializzati.

Sono esempi che mostrano come l'esclusione non sia sempre il risultato di una grande discriminazione evidente.
Può nascere anche dalla mancanza di un'automobile, di un servizio, di qualche ora a disposizione o di una rete familiare capace di aiutare.

Per questo, ha sottolineato Carioni, sostenere associazioni come Anteas significa rafforzare uno dei primi baluardi territoriali contro l'esclusione.

Quando i diritti diventano oggetto di ironia nei luoghi di lavoro

Particolarmente concreta anche la testimonianza di Luca Magni, operatore FIM CISL dei Laghi, che ha raccontato ciò che ancora accade in alcune delle aziende nelle quali svolge la propria attività sindacale.

Permessi legati alla Legge 104, assenze necessarie per seguire figli con disabilità o familiari non autosufficienti possono ancora diventare oggetto di superficialità, battute e ironie da parte di colleghi e datori di lavoro.

Una dinamica che Magni conosce anche sul piano personale, essendo padre di due bambine con DSA e avendo assistito una madre malata di SLA.

Esperienze che mostrano quanto sia facile sottovalutare un problema finché non entra direttamente nella propria vita e quanto possa essere difficile affrontare contemporaneamente esigenze di cura, tempi di lavoro e incombenze quotidiane.

Il rischio è che chi esercita un proprio diritto finisca paradossalmente per essere messo alla berlina, percepito come un lavoratore meno presente o accusato di utilizzare i permessi come una comodità.

La contrattazione sociale per dare voce ai più fragili

Se la FIM opera prevalentemente dentro le aziende, la FNP porta la stessa attenzione alle fragilità nella contrattazione sociale sul territorio.

A spiegarne il funzionamento è stato Dario Grilanda, Segretario Generale FNP CISL dei Laghi.

La contrattazione sociale significa incontrare Comuni, Regioni e realtà sociosanitarie, presentare richieste costruite a partire dai bisogni effettivi della popolazione e arrivare, quando possibile, ad accordi e intese capaci di orientare l'utilizzo delle risorse pubbliche e migliorare servizi e tutele.

Un'attività particolarmente impegnativa in un territorio come quello dei Laghi, composto da 283 Comuni.
La FNP, attraverso i propri collaboratori, si fa carico di oltre il 90% dell'attività negoziale, mentre la CISL interviene direttamente nei Comuni con più di 15mila abitanti.

Lo scorso anno gli incontri sono aumentati rispetto alle annate precedenti, portando alla sottoscrizione di circa 25-30 verbali.

Per il 2026 è stato inoltre individuato un gruppo di dodici Comuni, sei per provincia, nei quali sperimentare un percorso ancora più partecipativo: un'assemblea pubblica iniziale per raccogliere direttamente dai cittadini bisogni e richieste, il successivo confronto con le amministrazioni e infine un nuovo incontro pubblico per spiegare quanto ottenuto attraverso la negoziazione.

A questo lavoro si aggiunge quello portato avanti insieme ad Anteas sui Piani di Zona, con l'obiettivo di costruire progetti capaci di rispondere alle esigenze che emergono dalle comunità.

Roberto Pagano, segretario FNP CISL dei Laghi, ha ricordato come il sindacato non disponga naturalmente di strumenti coercitivi per imporre ai Comuni le proprie proposte.
La sua forza deve quindi derivare dalla capacità di diventare un interlocutore credibile, competente e rappresentativo.

Una capacità ancora più importante in un momento nel quale aumenta il numero delle persone fragili che hanno bisogno di qualcuno in grado di rappresentarne esigenze e diritti.

Dalla scuola al lavoro: un ponte ancora da costruire

Il passaggio dalla formazione all'occupazione è stato invece al centro dell'intervento di Giulia Messori di IAL Lombardia.

Sul territorio, IAL gestisce percorsi di formazione professionale per giovani in obbligo scolastico nelle sedi di Como e Saronno, in settori che spaziano dall'acconciatura alla meccanica fino alla ristorazione.

Un'attenzione particolare è dedicata all'integrazione lavorativa dei ragazzi con disabilità attraverso percorsi personalizzati.

Una delle questioni decisive rimane però il passaggio tra scuola e lavoro: IAL può intervenire nelle scuole formando anche gli insegnanti di sostegno per accompagnare questo percorso, compresi gli aspetti burocratici, e contemporaneamente lavora con le imprese per creare condizioni favorevoli all'inserimento.

Il problema, ha spiegato Messori, è che molte aziende non sono ancora preparate ad accogliere persone con neurodivergenze o altre fragilità.

Per questo la consulenza non può riguardare soltanto il giovane: deve coinvolgere anche l'organizzazione che lo accoglierà, aiutandola a comprendere come talenti e caratteristiche differenti possano convivere all'interno dello stesso ambiente di lavoro.

Il percorso, tuttavia, è ancora agli inizi: la percentuale delle persone iscritte al collocamento mirato che riescono poi a entrare concretamente in un contesto lavorativo rimane molto bassa e continua a essere difficile trovare aziende realmente pronte a effettuare questi inserimenti.

L'inclusione è stata anche concretamente sperimentata nel corso della stessa giornata: il buffet conclusivo è stato infatti preparato dallo IAL coinvolgendo attivamente, in cucina e nel servizio, ragazzi con disabilità.
Un esempio scelto dagli organizzatori proprio per mostrare un'inclusione «non a parole, ma vissuta, messa in pratica, lavorando fianco a fianco».

Dolzadelli: superare una cultura del lavoro ancora legata al Novecento

Secondo Mirko Dolzadelli, Segretario Generale FIM CISL Lombardia, uno degli ostacoli da superare è un retaggio culturale del Novecento che continua a leggere il lavoro prevalentemente attraverso una logica fordista, nella quale al centro rimangono i numeri della produzione anziché la persona.

La contrattazione collettiva, al contrario, si è progressivamente evoluta.

Il contratto nazionale comprende ormai un centinaio di capitoli proprio perché deve provare a utilizzare uno strumento collettivo per dare risposte a bisogni sempre più individuali e differenti.

Persino il salario, pur rimanendo naturalmente una componente fondamentale del rapporto di lavoro, non esaurisce più lo sforzo della contrattazione.

Welfare, previdenza complementare, assistenza sanitaria e strumenti di conciliazione diventano parti sempre più importanti delle tutele e pongono contemporaneamente un'altra questione: evitare che l'accesso a queste opportunità dipenda esclusivamente dall'azienda nella quale una persona ha la fortuna o meno di lavorare.

Da qui, secondo Dolzadelli, la necessità di cercare una convergenza tra contrattazione aziendale, collettiva e sociale.

Uliano: «Il sindacato deve generare giustizia sociale»

A chiudere la giornata è stato Ferdinando Uliano, Segretario Generale Nazionale FIM CISL, che ha ricondotto le diverse esperienze emerse durante la mattinata alla funzione fondamentale del sindacato: generare giustizia sociale all'interno dei contesti lavorativi.

Una funzione che continua a essere necessaria perché le discriminazioni non sono scomparse.

Uliano ha ricordato, ad esempio, come anche nel 2026 permangano forme di discriminazione di genere, a partire dalle differenze di trattamento economico tra uomini e donne, nonostante naturalmente i contratti collettivi non prevedano trattamenti differenti sulla base del genere.

Lo stesso vale per il diritto alla formazione: un principio per il quale il sindacato si è battuto a lungo, ma che non sempre è semplice trasformare in una pratica realmente accessibile all'interno delle fabbriche.

Particolare attenzione è stata dedicata anche al rapporto tra generazioni: Uliano ha sottolineato il valore simbolico e concreto di una giornata costruita insieme dal sindacato dei pensionati e da quello dei lavoratori attivi e alla quale hanno partecipato anche giovani studenti.

Un incontro tra generazioni che assume ancora più significato di fronte a una trasformazione sociale ormai evidente: sono sempre più numerosi i lavoratori che devono contemporaneamente svolgere la propria attività professionale e prendersi cura di genitori anziani non autosufficienti.

Un carico enorme che, in assenza di servizi e strumenti adeguati, finisce per essere scaricato quasi interamente sulla persona e sulla sua famiglia.

Abbattere le barriere, anche dentro le fabbriche

Uliano ha portato anche esempi concreti di ciò che la contrattazione può fare, portando esempi concreti che lo hanno riguardato da vicino.

In alcune aziende, ha raccontato, il sindacato ha realizzato vere e proprie mappe delle barriere architettoniche, utilizzandole successivamente nella contrattazione per chiedere interventi che permettessero a tutti i lavoratori di utilizzare liberamente gli spazi.

Ma l'inclusione non riguarda soltanto gli edifici.

Il sindacato si trova spesso a intervenire anche nei conflitti che possono nascere tra colleghi, perché il rapporto quotidiano tra lavoratori con disabilità ed il resto del personale non è sempre semplice. Anche qui servono cultura, formazione e responsabilità collettiva.

Rimane poi il nodo dell'inserimento lavorativo.

Uliano ha ricordato come esistano imprese disposte a sostenere costi che possono arrivare a quasi 10mila euro l'anno pur di non inserire lavoratori con disabilità.
E non si tratta necessariamente di piccole realtà: il fenomeno riguarda anche aziende grandi e strutturate.

Nel recente rinnovo del contratto nazionale, la FIM aveva provato a introdurre tra le richieste un meccanismo che impegnasse le aziende a comunicare ai rappresentanti sindacali quante persone con disabilità non fossero state assunte nonostante gli obblighi previsti e ad avviare insieme al sindacato percorsi finalizzati al loro inserimento.

La proposta non è entrata nell'accordo, ma la FIM intende continuare a lavorare in questa direzione, provando nel frattempo a costruire soluzioni attraverso la contrattazione aziendale nelle singole realtà.

Attivi e pensionati, una stessa comunità

La scelta di organizzare insieme l'iniziativa non è stata casuale.

Nel suo intervento Aloisio ha ricordato come, per la FIM, i pensionati rappresentino «la nostra guida»: persone che hanno contribuito a costruire l'organizzazione e che continuano a esserne una componente vitale attraverso l'attività nelle sedi FNP, l'assistenza agli iscritti e il volontariato in Anteas.

È la stessa idea che sta alla base della continuità associativa: un delegato che termina la propria esperienza lavorativa può continuare a mettere competenze ed esperienza a disposizione degli altri, passando dai reparti delle fabbriche e dagli uffici alle sedi sindacali e al volontariato.

Ma proprio i pensionati sono contemporaneamente al centro di molte delle trasformazioni affrontate durante la giornata.

Da una parte i nonni rappresentano spesso un sostegno indispensabile per le famiglie e permettono ai figli di conciliare tempi di lavoro e cura, dall'altra cresce il problema della solitudine degli anziani e della gestione delle persone che perdono l'autosufficienza, con un peso emotivo, organizzativo ed economico che ricade sempre più spesso sui figli lavoratori.

È quindi nello spazio che unisce queste generazioni che FNP e FIM possono costruire una parte importante della propria azione futura.

L'inclusione come diritto, non come concessione

Alla fine della mattinata, le tante esperienze raccontate hanno ricondotto tutte allo stesso punto: l'esclusione può assumere forme molto diverse.

È esclusione non riuscire a entrare nel mondo del lavoro perché un'azienda non è pronta ad accogliere una persona con disabilità.
È esclusione non riuscire ad andare a una terapia perché nessuno può accompagnarti.
È esclusione dover scegliere tra il proprio posto di lavoro e l'assistenza a un figlio.
È esclusione sentirsi giudicati perché si utilizza un permesso previsto dalla legge o dal contratto.
È esclusione incontrare una barriera architettonica che impedisce di muoversi liberamente in fabbrica.
È esclusione anche lasciare una famiglia sola nel momento in cui termina il percorso scolastico di un ragazzo con disabilità.

Per questo l'inclusione non può essere un gesto di disponibilità, una concessione o un espediente. È un diritto.

Ed è proprio qui che l'azione sindacale può assumere un ruolo decisivo.

La sfida emersa dalla giornata organizzata da FNP e FIM CISL dei Laghi è quella di trasformare testimonianze, bisogni e fragilità in contrattazione.
Passare dall'emozione suscitata da una storia alla costruzione di una risposta concreta.
Portare nella negoziazione aziendale e sociale ciò che troppo spesso rimane confinato nella dimensione privata delle famiglie.

Perché una società realmente inclusiva non è quella che si limita a riconoscere l'esistenza delle differenze, ma quella che organizza il lavoro, i servizi e le comunità affinché quelle differenze non diventino motivo di esclusione.

Ed è da qui che può partire il lavoro del sindacato: fare in modo che nessuno debba scegliere tra il proprio lavoro e la propria famiglia, tra l'esercizio di un diritto e il timore di essere giudicato, tra la propria fragilità e la possibilità di partecipare pienamente alla vita della comunità.